RESET – L’ultimo atto dell’era Messi-Ronaldo
Franck Fife / Getty Images
2 Dicembre 2008, un fuoriclasse portoghese riceve il suo primo pallone d’oro. Partito da Madeira, ha sudato e consumato ogni centimetro del suo talento per arrivare a quel successo. Sorride Cristiano Ronaldo, chi non lo farebbe se fosse stato appena incoronato miglior calciatore del mondo. Ma lo farebbe ancora, se sapesse che l’era aperta quella sera sarebbe poi stata chiusa solo 15 anni dopo, quando a salire le scale del Théâtre du Châtelet è il suo acerrimo rivale, Leo Messi, pronto a ritirare l’ottavo pallone d’oro?
L’era Ronaldo-Messi
Tasto stop. Messi solleva l’ottavo pallone d’oro della sua forse irripetibile carriera. È la fine della pellicola che ci ha accompagnato per oltre un decennio. Riavvolgiamo il nastro. E per raccontare la grandezza di Lionel Messi dobbiamo partire dal rovescio della medaglia: Ronaldo. L’uno non avrebbe fatto quello che ha fatto senza l’altro. Record individuali, raggiunti in uno sport di squadra grazie a compagni e rivali. O sarebbe meglio dire rivale, perché Ronaldo e Messi non hanno voluto condividere il trono con nessun altro, facendoli inginocchiare al loro duumvirato dopo massimo una stagione giocata ad un livello paragonabile. Due rivali sono necessari l’uno all’altro, la storia dell’uno appartiene, almeno in parte, anche all’altro. Messi è diventato un animale da competizione anche grazie a Cristiano Ronaldo. L’ultima parte della carriera dell’argentino gli ha sporcato la faccia da bravo ragazzo, facendogli sopperire con la fame e la determinazione, un fisico non più in grado di reggere quelle accelerazioni da mani nei capelli. Messi ha imparato l’importanza del quotidiano, superando problemi intestinali. Messi non sarebbe arrivato al mondiale così a lucido fisicamente, senza vedere la gestione di Ronaldo nella condizione e negli stati di forma.
Ronaldo ha dovuto trovare una strada mai battuta nel calcio per non arrendersi ad una supremazia tecnica che solo l’altissimo gli ha negato. Un calciatore trasformato in robot capace di nutrire il proprio ego record e vittorie personali mentre vedeva il nemico alzargli titoli nazionali in faccia. Ronaldo e Messi è senza dubbio la miglior rivalità della storia del calcio. Hanno condiviso i loro migliori anni della loro carriera nello stesso campionato. Hanno battagliato per la vittoria della Liga (in cui ha avuto la meglio la pulce), della Champions League (in cui è stato CR7 a prevalere). Si sono sfidati a colpi di marchi diventando vere e proprie aziende. Hanno chiesto rinnovi di contratto per guadagnare più dell’altro. Si sono odiati e poi si sono amati capendo l’importanza che avevano avuto l’uno per l’altro. 15 anni di dominio su tutti, 15 anni in cui si poteva ambire ad essere solo il numero 3, 15 anni che hanno cambiato il calcio, 15 anni in cui non era più importante per che squadra si tifasse ma se si fosse team Messi o team Ronaldo.
Pallone d’Oro contestato
“Servirebbero due Palloni d’Oro, uno per Messi uno per Halaand”. Così Guardiola alla vigilia della premiazione. Diplomatico il catalano che difende il suo fuoriclasse attuale e il suo “prediletto”. Ma se questa volta avesse ragione? Di Palloni d’Oro discussi ce ne sono stati diversi nell’era Messi-Ronaldo centrica, ma forse mai come quest’anno. Messi ha vinto il mondiale, in un’Argentina operaia che si è messa al servizio del suo fuoriclasse prestandogli chili e polmoni. Ha raggiunto Maradona nell’Olimpo a 35 anni, disputando un torneo perfetto in cui ha praticamente ha sempre o segnato o realizzato un assist. Prestazioni di un Messi di cui ci eravamo dimenticati. Ha vinto in finale contro la squadra più forte del mondo rappresentata dall’evoluzione darwiniana dell’era appena conclusa: Mbappé, capace di unire la furia atletica di Ronaldo e la qualità tecnica di Messi (con le dovute proporzioni). Messi merita questo riconoscimento. Il mondiale è la massima competizione del calcio e Messi è stato semplicemente il migliore.
Accantonando l’ipotesi romantica di Guardiola, dare il Pallone d’Oro a Messi significa automaticamente negarlo ad Erling Halaand. Il norvegese che deve convivere con l’aver fatto una stagione perfetta (forse irripetibile), con 52 goal in 53 partite, 36 in 35 di Premier League e 12 in 11 della Champions League e rimanere a bocca asciutta. Segnare goal a grappoli, fare il triplete, vincere la prima storica Champions dei Citizens alla prima occasione per poi sbattersi contro il muro della raffinatezza dei giornalisti. Si perché Halaand viene accusato dell’essere così “sgraziato”, del non avere la giocata tecnica ad effetto e dell’essere il terminale offensivo della squadra più forte del mondo. Dimenticandosi così di come Halaand sia centrale nei meccanismi del Manchester City per i tagli in profondità, il raccogliere i cross sul secondo palo, la sua costanza sotto porta ed il suo essere incontenibile fisicamente. Halaand meritava di vincere il Pallone d’Oro perché è stato il giocatore più determinante della scorsa stagione, colui che più ha determinato l’andamento delle competizioni a cui ha partecipato.
Lunga vita ai nuovi Re
Guardate Halaand e Mbappé nel momento in cui viene annunciato il Pallone d’Oro 2023. Non c’è sorriso, non c’è sottomissione, non c’è rassegnazione di essere finiti sul podio di un fenomeno in arrivabile. C’è fame, c’è rabbia, c’è disaccordo e c’è la convinzione di vedere l’ultima scena di una storia che si chiude con il bel finale. Il sipario si può calare con Messi vincitore che passerà alla storia (non sempre sinonimo di verità) del dualismo con Ronaldo e come miglior giocatore del primo quarto di secolo.
Halaand e Mbappé nuovi padri del calcio, nuovi supereroi da far sfidare per scoprire chi è davvero il nuovo numero uno del calcio. Ma siamo sicuri che assisteremo di nuovo ad un duumvirato? Ne prevarrà subito uno stabilendo una monarchia? E se invece assistessimo ad una sana anarchia? Una Royal Rumble che faccia tornare un equilibrio e un dibattito più aperto. D’altronde l’incisività di Bellingham ci è arrivata in faccia all’improvviso. Di Vinicius si parla già troppo spesso del suo aspetto temperamentale e non delle sue giocate in campo. Potrebbe finalmente toccare alla Next Gen (per citare un altro sport) che si è sempre dovuto accontentare del gradino più basso del podio come De Bruyne, Salah e Kane.
Al calcio dunque non resta che premere reset, archiviare quest’era calcistica per gettarsi a capofitto in quella nuova. Ricordandoci di come passato, presente e futuro siano sempre intrecciati e contaminati l’uno per ciascuno. Senza Messi otto volte Pallone d’Oro non si sarebbe alzata l’asticella terribilmente più in là e come per raggiungerlo servirà un’ossessione e una maniacalità alla Cristiano Ronaldo. Ironia della sorte rivali anche nell’ispirazione, proprio come tutto iniziato quando CR7 ha dato il là e la Pulce ha messo il punto.
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